Bullismo e responsabilità collettiva

La mia collega Simona Martini, colpita (come lo siamo stati tutti) dai fatti di Vigevano, in cui dei quindicenni hanno stuprato un loro coetaneo diffondendo le immagini sui social, ha condiviso su Facebook un appello diretto ai colleghi a parlare di bullismo e cyberbullismo sulle nostre pagine, dando un nostro contributo al tema.

Accolgo volentieri l’invito. Nel mio contributo non entrerò in merito ai fatti criminosi di Vigevano ma vi inviterò a fare uno sforzo di immaginazione.

Figuratevi un film, un cortometraggio. In questo corto si perpetrerà una serie di atti di bullismo. Sì perché il bullismo non è una lite o uno sfottò tra un ragazzino sgamato e uno remissivo, la definizione di bullismo si trova alla portata di tutti su Wikipedia e ve ne riporto uno stralcio:

[…] comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo, e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi.

Traduciamo: è un incubo per chi lo vive. E a volte dura anni. Quindi agli adulti che sorridendo e scrollando le spalle affermano: “Sono cose da ragazzi, a chi non è capitato di essere preso in giro o di essere menato una volta?” consiglio almeno la lettura della pagina di Wikipedia, così tanto da non perdere tempo in ricerche su testi professionali, per rendersi conto di aver detto una enorme castroneria (oltre che aver ceduto ad un luogo comune imbarazzante). Credo potrebbe bastare.

Dicevo, immaginiamo un breve film in cui dei ragazzi vivono un problema di bullismo. Immaginiamocene uno meno tragico e un po’ più comune rispetto a quello di Vigevano: Anni 13 (terza media?), un ragazzino, lo chiameremo Piero, vessa (a parole) un altro ragazzino, Rocco, perché questi è grasso e goffo. Rocco è timido e oltre a sentirsi davvero grasso e goffo, si sente anche brutto e rifiutato. Piero prende in giro Rocco ogni giorno, lo fa a scuola, lo fa all’intervallo, posta domande-sfottò su ask, lo fa sulla chat di classe di What’s App, tanto che ad un certo punto Rocco ha dovuto abbandonarla. Piero ha un paio di sostenitori, alla stregua di fan gregari che con lui prendono in giro “il ciccione”. Rocco invece è solo. All’inizio del film la prof era distratta e Piero è riuscito ad accendere il cellulare in classe apposta per fotografare il sedere di Rocco che, chino su un banco per una ricerca in gruppo, gli si è di poco scoperto. Inutile dire che quella foto così divertente, fa il giro dei compagni sulla chat di What’s App. Alcuni, gli amici di Piero, ridono, altri la ignorano, altri aggiungono commenti  buffi. Rocco lo viene a sapere e muore dalla vergogna. Si rende conto che le prese in giro lo hanno sfinito e questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: sta pensando di cambiare scuola.

Ora ditemi. Chi sono i personaggi principali di questa storia? A volte racconto questa situazione immaginaria a genitori o a insegnanti durante i corsi di formazione. Le risposte sono: “Un ragazzino che va redarguito e uno che va incoraggiato a difendersi e a reagire”.

E noi psicologi che in questo caso dovremmo essere la voce della buona prassi sociale, cosa dovremmo fare?

Ho seguito diversi corsi di approfondimento e di formazione sul bullismo ma quello che più mi ha colpito è stato quello condotto da Rebeca Walters dello Hudson Valley Psychodrama Institute, una psicodrammatista statunitense, dove, con un role playing gestito da Maestra, è riuscita a mettere noi psicologi nei panni di coloro che escludono, giudicano, emarginano, aggrediscono. Da bulli che siamo stati durante il role play, non ci saremmo fermati di certo con una sgridata. Ed ancora nei panni degli esclusi, degli emarginati, giudicati, vessati, aggrediti, non avremmo mai cominciato a reagire grazie a consigli della nonna tipo:  “Ma sì, sono cose da ragazzi, tu fai finta di nulla e la smetterà” o, peggio “E tu non farti prendere in giro. Reagisci!”. Non c’è cosa che faccia sentire meno adeguato un ragazzino che non sa reagire ad una aggressione di un consiglio che lo invita a farlo. Questo non vuol dire che gli adulti debbano guardare Piero e Rocco e far finta che nulla avvenga. Ma c’è qualcosa in più che si può fare e che si deve fare.

Ci siamo accorti, nel gioco, che ciò che avrebbe fatto davvero la differenza, erano “gli altri”, i cosiddetti “testimoni”. La società. La classe, gli amici, coloro che guardano, tutti insieme, non solo uno, come un’unica, forte voce.

Immaginatevi una svolta del nostro film: Rocco sta per cambiare scuola e Piero ne approfitta per chiamarlo “vigliacco” sulla chat di What’s App ma, i ragazzi della classe si rendono conto di essere complici silenti di quella violenza perché, sanno che loro no, non vorrebbero viverla sulla loro pelle. Così, la maggior parte dei compagni abbandona la chat e Piero rimane solo in una vacua chat room a discernere di stupidaggini con i suoi due o tre fan. Piero perde il trono. La società, divenuta attiva, si è ribellata alla violenza e questa cessa di essere veicolo della sua natura più pura: quella di affermare il potere (oggi possiamo parlare di potere e visibilità).

Perché vi ho raccontato questa cosa? Perché ci sono moltissime metodologie di intervento, alcune mirate al potenziamento della vittima, altre al contenimento del bullo ma è fondamentale associare a tali metodologie quella del potenziamento dei testimoni.

Non è semplice potenziare i testimoni perché vuol dire che tutti si devono assumere la responsabilità di ciò che accade e per poter intervenire a tal riguardo ci vogliono professionisti, insegnanti, genitori e più in generale adulti che per primi si assumano l’onere (ma anche l’onore) di entrare nel fatto, di condividerlo, di comunicare con i ragazzi. Incontri, regole condivise (anche e soprattutto tra i genitori), lavori mirati all’assunzione del punti di vista diverso dal proprio, sono tutti interventi che non forniscono istruzioni da manuale ma che “creano rete” e attenzione.

L‘empowerment  dei testimoni, porta a una responsabilità collettiva degli avvenimenti che ci riguardano da vicini, anche se non siamo noi a parteciparvi. È la via per la costituzione di una società cosciente che vive e partecipa di iniziative collettive che lasciano all’individuo la dimensione privata e riconquistano il potere del cambiamento.

BIBLIOGRAFIA:

Giovanni Boria, Francesco Muzzarelli (2009) “Incontri sulla scena”, Franco Angeli

Calabretta M., (2009) “Le fiabe per… affrontare il bullismo. Un aiuto per grandi e piccini”, Milano, Franco Angeli

Pini G.(2011), “Prima del bullismo. La prevenzione del bullismo nelle scuole con il Teatro d’Animazione Pedagogico“, Roma, Armando Curcio Editore.

(foto di Wokandapics)

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